domenica 26 settembre 2010

POST PER LA RUBRICA "PER RIFLETTERE"
STORIA CHE LETTA PORTA FORTUNA

Un giorno un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto:

«Sono cieco, aiutatemi per favore».

Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un'altra frase.

Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato.

Il pubblicitario rispose: "Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo". Sorrise e se ne andò.

Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto: «Oggi è primavera e io non posso vederla».

Morale: Cambia la tua strategia quando le cose non vanno molto bene e vedrai che poi andrà meglio.

Se non inoltri questa storia a nessuno non ti capiterà nulla, ma falla conoscere almeno a quelle persone che secondo te meritano di vedere la primavera e a tutti quelli che tu vorresti vedere sempre sorridere, perché il loro sorriso renda migliore questo mondo.

Se un giorno ti verrà rimproverato che il tuo lavoro non è stato fatto con professionalità, rispondi che l'Arca di Noè è stata costruita da dilettanti e il Titanic da professionisti....

Per scoprire il valore di un anno, chiedilo ad uno studente che è stato bocciato all'esame finale.
Per scoprire il valore di un mese, chiedilo ad una madre che ha messo al mondo un bambino troppo presto.
Per scoprire il valore di una settimana, chiedilo all'editore di una rivista settimanale.
Per scoprire il valore di un'ora, chiedilo agli innamorati che stanno aspettando di vedersi.
Per scoprire il valore di un minuto, chiedilo a qualcuno che ha appena perso il treno, il bus o l'aereo.
Per scoprire il valore di un secondo, chiedilo a qualcuno che è sopravvissuto a un incidente.
Per scoprire il valore di un millesimo, chiedilo ad un atleta che alle Olimpiadi ha vinto la medaglia d'argento.

Il tempo non aspetta nessuno. Raccogli ogni momento che ti rimane, perché ha un grande valore. Condividilo con una persona speciale, e diventerà ancora più importante.

L'origine di questa storia è sconosciuta ma se letta e fatta propria porta fortuna.

ULTIME NEWS DAL VILLAGGIO MARINO
FINITA LA STAGIONE A FOLLONICA. UN SUCCESSO

martedì 20 luglio 2010


Come mi sarebbe piaciuto iniziare a scrivere questa ultima lettera di commiato con: Grazie, Campioni d’Italia!. Lo feci nel 2000, nel 2001 e nel 2003 con Varese e molti di quei ragazzi che allenavo, ieri, erano davanti ad internet a vedere il loro vecchio allenatore lottare per qualcosa d’importante. Solo quelli che arrivano fino in fondo a manifestazioni del genere, sanno cosa significa fare sacrifici e lottare con tutte le proprie forze per il raggiungimento di un obiettivo importante.

In queste ultime settimane vi siete allenati duramente, cercando di dare tutto per raccogliere i migliori frutti possibili, ma la cosa, posso dirlo con la serenità e con la competenza che con presunzione penso di possedere, è durata tutta la stagione, e per chi c’era dall’inizio, è durata tutti i sei anni di percorso insieme.

Siamo partiti ad Under 14 in pochi: Gibe, Roby, Plane, Alberto, Raffa, Carlo, Paolo e qualche altro e poi ogni anno abbiamo trovato durante il percorso, persone speciali a cui il nostro modo di fare piaceva, riconoscendolo oltre che valido e motivante anche vincente. Prima Mattia, poi Klod, Simo e Tommy, poi ancora Loris, Cance e Teo ed infine Faggio e Seba, con anche tutti quelli che oggi per diversi motivi non sono qui a festeggiare, ma ugualmente hanno contribuito fattivamente a questa piccola impresa.

Ora dopo sei anni di intensi allenamenti, tanto tempo passato insieme, tornei in giro per l’Italia, partite più o meno da ricordare, qualche sconfitta rocambolesca ma anche tante vittorie, di cui qualcuna entrata nella storia, e in ultimo (da non dimenticare) pizzate a sorpresa per il festeggiamento inaspettato di compleanni importanti, mi sento comunque autorizzato a chiamarvi Campioni.

Non so, forse saremo i Campioni d’Italia dei brocchi come qualcuno ci aveva già definiti nelle scorse settimane, saremo i Campioni delle persone normali, saremo i Campioni delle Società che non possono investire tanti, troppi soldi nel reclutamento, nelle foresterie e nell’acquisto di questo e quel campioncino di periferia.

Di sicuro quello che so che siete i Campioni che preferisco. Persone vere prima che giocatori, amici leali prima che tesserati, grandi uomini, prima che attori di un sistema a volte pericoloso. Di sicuro lo scudetto del miglior percorso giovanile possibile è stato portato a termine con umiltà, intensità e competenza e per questo vi ringrazio ora e vi ringrazierò per tutti i giorni della mia vita, da qui fino all’eternità.

Con l’umiltà che vi ha sempre contraddistinto avete dato un esempio. Con le abilità che ci hanno reso più forti, avete tracciato una strada, guardandovi in faccia posso dire tranquillamente che mi avete reso orgoglioso di essere il vostro allenatore. Posso quindi dirvi: Grazie Campioni!

Il mio Grazie di Cuore è l’ultimo sigillo che dedico a voi, persone vere qui davanti a me, che crescendo, per il gioco delle parti, si devono separare per la quotidianità di storie diverse che si andranno a scrivere nei prossimi giorni, mesi e anni. Sappiate però che ognuno di voi, rimarrà legato uno all’altro da un giuramento fraterno di chi sa cosa significa amicizia, solidarietà e condivisione massima di una passione.

Con affetto, vi saluto e vi abbraccio forte, nella speranza che un domani più o meno lontano, si possa andare avanti a stare insieme per migliorare ancora. Ma questa sarà un'altra storia. Non dimenticatemi.

Andrea


Bologna, 6 giugno 2010

Avevamo un sogno da realizzare. Insieme volevamo scrivere pagine epiche della Pallacanestro a Bergamo e non solo. Volevamo a tutti i costi cercare il meglio per noi, per i nostri cari e per tutti gli amici Blu. La sceneggiatura scritta in questi anni, mesi, giorni è stata perfetta. Il miglior film che potevamo pensare di interpretare sulla nostra storia e sulle nostre vite unite sotto il segno della passione in comune per il Basket. E allora:

1) Grazie per il risultato storico e meritato che abbiamo raggiunto alle Finali di Vasto. Tanta crescita individuale e di squadra. Allenamenti duri e meno duri, partite e tornei da una parte all'altra d'Italia, trasporti e vita insieme all'insegna di amicizia, buon umore e qualche normale "sclerata"... tante belle cose che ci hanno portato in questi giorni ad avere il meglio. La strada per raggiungere l'obiettivo è sicuramente stata più importante dell'obiettivo stesso. Il nostro miglioramento come persone prima e come giocatori-allenatori dopo è il percorso fatto in queste settimane.

2) Grazie perchè a livello personale mi avete fatto (ri)vivere emozioni forti e sensazioni uniche che porterò nello scrigno dei miei ricordi più belli da qui fino a che campo. Sono veramente felice e orgoglioso di essere stato l'allenatore di persone speciali e di un gruppo fantastico. Grazie alla nostra (vostra) "normale follia" siamo riusciti nell'intento di migliorare, ognuno nella sua parte, ognuno rinunciando a qualcosa per darlo agli altri.

3) Grazie soprattutto a tutti quelli che in questi anni, mesi e ultimi giorni hanno messo a disposizione tutto se stessi per cercare di essere migliori come gruppo e come squadra. Voglio ringraziare particolarmente, e lo faccio con estrema gratitudine, chi in questi ultimi giorni, durante le Finali Nazionali ha giocato poco o nulla. In questi mesi avete aiutato il gruppo a progredire, siete migliorati voi stessi e più in generale avete sempre dato tutto, ricevendo poco in cambio. Essere felici versando lacrime di gioia come successo in questi giorni, oltre che farvi onore, vi fa entrare di diritto (per quanto mi riguarda) nel novero dei ricordi più belli e delle persone speciali che certamente non dimeticherò. Grazie ancora.

Ognuno di noi ha dall'inizio dell'anno pensato e immaginato come obiettivo queste Finali Nazionali, cercando e trovando spunti di motivazione e di crescita che puntualmente si sono verificati. Ognuno si è prodigato per raggiungere quello che aveva immaginato e il percorso fatto è la vera vittoria che conta davvero. Non dimenticate che l'obiettivo raggiunto è la strada percorsa, non una finale 1°-2° posto persa seppur malamente.

Solo il quotidiano esercizio protratto nel tempo con efficacia e competenza porta a frutti inseprati come appunto il bel risultato di Vasto.

Fissate nella mente la data del 20 giugno 2010 non come una data di una sconfitta che pesa, ma come il miglior ricordo di un percorso importante pieno zeppo oltre che di passione per la Pallacanestro anche di amici sinceri, compagni di squadra veri e di una sana allegria coinvolgente e motivante.

Grazie ancora e un abbraccio forte agli atleti: Andrea, Teo, Leo, Marco, Roby, Edo, Fra, Tedo, Tia, Tommy, Simo, Sergio, Davide, Ale e a tutto lo staff: Alberto, Ale, Mauro, Paolo, Carlo, Piero e Gianni.

martedì 25 maggio 2010

MA PER FIP, CNA E SSNM E' MEGLIO INSEGNARE O INSEGNARE AD INSEGNARE?


Negli anni in cui sono stato un giovane allenatore (non ci crederete ma sono stato giovane anch’io…) il CNA, allora CNAG e di conseguenza la Federazione, avevano studiato una programmazione sulla formazione degli istruttori di categorie giovanili davvero al limite della perfezione. Finivi il tuo corso di allenatore di base (allora Tecnico Regionale e/o Allievo Allenatore) e poi ti facevi (su invito dei CNA provinciali e regionali) i corsi gratuiti del CNAG. Primo, secondo, terzo grado più Superstage dei Fondamentali. Una vera e propria macchina organizzativa “sforna” allenatori-istruttori.

Una settimana gratuita a studiare pallacanestro in cui i vari Capi Istruttori (io ho avuto Scariolo, Pancotto, Parisi, Taurisano) oltre ad insegnarti con la dovizia di particolari ineccepibili (visto anche il tanto tempo a disposizione) l’uso della tecnica, ti aprivano la mente anche su un modo nuovo (per quel periodo) di proporre l'attività d'insegnamento della pallacanestro per le giovani leve.

Mi direte: dove vuole arrivare questo? Non mi dire che è il solito “vecchio dentro” che esalta il passato confermando la massima: "si stava meglio quando si stava peggio".

No non dico quello, andrei contro i miei stessi interessi. Il mio motto infatti è: “Si starà meglio quando quelli che stanno meglio adesso staranno peggio un domani”. Voglio solo dire che la Federazione (e il CNA in modo particolare) che ha tante risorse in più rispetto al passato di qualche anno fa (leggi parametri sui giovani non riscossi dalle Società scomparse), e potrebbe tornare ad investire sui giovani allenatore, investe invece (e parecchio circa 800 mila euro all’anno esclusi i costi dei tecnici) sul progetto di Progetto di Qualificazione Nazionale, che lo stesso Preparatore Fisico del SSNM, Roberto Colli, ha dichiarato produca (al momento) circa 5/6 giocatori per annata per le Nazionali Giovanili. Non di più.

Tutto il PQN, che parte Under 14, per poi concludersi con i primi europei di categoria, Under 16, produce certamente tanta attività in termini di miglioramento medio. Di fatto molti ragazzini in regioni poco sviluppate sotto l'aspetto cestistico ne stanno avendo grandi benefici. Ma ad altissimi livelli i risultati sono normali. Un totale di 5/6 giocatori prodotti per le Nazionali giovanili dal PQN, sono decisamente pochi se pensiamo anche che non sappiamo se questi cinque giocatori arrivati alla maglia azzurra dopo un progetto di 36 mesi sono effettivamente migliori "solo" perchè hanno preso parte a tre-quattro raduni una tantum svolti con il SSNM.

La mia considerazione è: ma se FIP, CNA e SSNM avessero speso risorse (come avveniva negli anni passati per il CNAG) per "formare" meglio gli allenatori sul territorio non era forse meglio, più produttivo e con un maggior impatto sull'investimento?

A QUANTI ANNI LA PRIMA VOLTA?
DOMANDA: INSEGNAMENTO E SFRUTTAMENTO?


Ridotto in clausura nell’eremo Verde Soggiorno di Gualdo Tadino, dove il Settore Giovanile della FIP ci ha relegato a svolgere l’interzona Under 17 d’eccellenza, prendo lo spunto del tanto tempo a disposizione (senza connessione) per aggiornare il Blog con qualche news.

Parlando con alcuni allenatori delle giovanili nei giorni scorsi, dicevo come negli ultimi tempi mi fanno ancora più ridere rispetto a prima gli allenatori che insistono in una programmazione che non tiene minimamente conto della realtà in cui viviamo con le relative esigenze. Mi spiego.

Responsabili di settore giovanili di club famosi (e non) insistono ancora oggi (2010) nel voler dare una programmazione nelle fasce basse, che a detta loro, possa andare incontro a quelli che sono le prerogative strutturale e tecniche di quella età. Non più tardi di qualche settimana fa, proprio al torneo delle regioni svolto a Lignano Sabbiadoro, espressione massima della nostra attività giovanile, l’utilizzo dei blocchi ed il suo graduale insegnamento, per questa categoria, veniva vista sia dal settore che dalla maggior parte del referenti tecnici presenti, come qualcosa di eretico e di non programmabile per ragazzi di categoria Under 15.

Tutto quello che non è uno contro uno per questi allenatori rappresenta il diavolo. Sistemi offensivi più o meno complessi, giochi di lettura con l’utilizzo di collaborazioni, veli, blocchi… non devono e non possono far parte di una programmazione che possa riguardare anche ragazzi di 14 e 15 anni.

Secondo questi illustri personaggi per parlare di blocchi, uscite, collaborazione e tutto quello che è pallacanestro, che nelle altre nazioni europee vede l’alba verso i 12-13 anni, si deve iniziare ad under 17-18!

Ok (mica tanto però ok). Poi guardo la realtà. Accendo la tv e vedo Niccolò De Vico (classe 94, neo sedicenne) che ho avuto la fortuna di allenare in selezione regionale lombarda qualche mese fa, in panchina con la seria A di Biella festeggiare (come un giocatore vero) la salvezza di Biella nello spareggio con Ferrara e penso: ma Luca Bechi quando al primo allenamento della stagione ha chiesto a De Vico di uscire dal loro gioco di doppia uscita, sfruttando a dovere i blocchi di Garri e Pasco ottenendo in risposta una faccia molto perplessa dello stesso De Vico che diceva più o meno: “Blocchi!!???” cosa avrà pensato sulla carriera giovanile di Niccolò fino a quel momento. Probabilmente Bechi si sarà girato verso Federico Danna (suo attuale allenatore) e gli avrà chiesto: “Ma questo no sa cosa significa sfruttare un blocco?”.

Naturalmente esagero… e chiedo scusa alle persone citate per l’esempio riportato, ma rende perfettamente l’idea. Oltretutto con la Lombardia Niccolò un po’ di blocchi gli ha visti, quindi per il caso specifico siamo a posto.

Poi penso a Matteo Imbrò (classe 94) giocatore fondamentale nella stagione di Siena in Serie A/Dil., per non parlare di altri nazionali del 94 o del 93 che per scelta o per necessità sono costretti ad allenarsi con le prime squadre di riferimento e che paragonando formazione con l’impegno assunto non possono che essere svantaggiati da un sistema di giovanili che li tiene nella piscina piccola alta 50 cm. fino a 15 anni, per poi buttarli tutto in un colpo nel’oceano, in mare aperto in balia di onde, corrente, squali ecc, sperando che possano sopravvivere.

No beh, davvero grazie a tutti!

sabato 8 maggio 2010

LO SPORT EVOLUISCE LA FORMAZIONE NO
LA NUOVA FRONTIERA DELLA TATTICA INDIVIDUALE


E' ormai qualche anno che sono sempre più convinto assertore che una metoldologia di allenamento che tenga conto sempre di più del migliormamento della Tattica Individuale piuttosto che della Tecnica a "secco" fina a se stessa, sia la nuova frontiera da affrontare nel mondo degli Allenatori che insegnano Basket. Oggi giorno esistono due correnti di pensiero (schematizzo ovviamente, per rendere l'idea):
1) il miglioramento del giocatore può avvenire solo con l'automatizzazione sempre migliore del gesto tecnico puro;
2) il miglioramento del giocatore può avvenire solo con l'automatizzazione di un movimento tattico di squadra.

E così noi abbiamo allenatori che da una parte decidono di costruire con il solo utilizzo del fondamentale puro delle squadre piene zeppe di giocatori che sanno fare benissimo il cambio di mano frontale o dietro la schiena, però non sanno quando utilizzarlo, e dall'altra squadre che si muovono con schemi e giochi a termine eseguiti perfettamente, ma che poi al primo problema non previsto, si bloccano completamente.

Visto che come spesso capita la via più efficace è a metà strada tra una teoria e l'altra e visto anche che non è sola mia convinzione che il miglioramento della Tattica Individuale sia l'unico modo per uscire dalla diatriba sterile di queste due opposte fazioni, mi permetto di riportare idee e contenuti di altri allenatori (qualcuno di altra disciplina) a cui l'argomento in questione è noto.

Allenatore di Calcio:
Nell’insegnamento della tecnica noi proponiamo una metodologia non tradizionale la quale, come sappiamo, prevede l’acquisizione di una gestualità insegnata a “secco”.
Le esercitazioni a “secco” sono quelle in cui si studia la tecnica pura (la metodologia tradizionale li chiama i “fondamentali”), senza che il ragazzo abbia nella mente alcuna intenzione tattica ed in cui l’attenzione dell’allenatore e del giovane atleta è completamente convogliata sulle modalità esecutive (biomeccaniche).
Noi pensiamo che questa metodologia non dia risultati ottimali.

La tattica e la strategia, si occupano di un piano gerarchicamente più elevato della regolazione dell’azione motoria, e cioè quello psichico-intellettuale. Poiché gli aspetti tattici (durante l’allenamento) entrano in “gioco” prima che il giovane inizi qualsiasi attività motoria, questo significa che fanno parte del mentale, e nell’atleta sono rappresentati dalla voglia costante di "superare" un avversario.
L’allenatore è responsabile di questo e perciò, in ogni momento didattico deve sollecitare nel ragazzo un comportamento tattico e strategico che, attraverso l’allenamento quotidiano, sia perfezionato e reso ottimale, relativamente alle esigenze motorie della sua età.

Allenatore di Pallanuoto:
La necessità di lavorare sulla tecnica individuale pare sentita da tutti, invece la tattica individuale è spesso considerata una caratteristica propria del giocatore, e come tale non allenabile.
Consideriamo un giocatore che in allenamento è preciso nel colpire il “sette”, abile nel maneggiare la palla, nelle nuotate e negli spostamenti, ma che in partita tira tra le braccia del portiere, non “vede” il compagno smarcato o perde l’attimo per un cambio difensivo o un movimento d’attacco. Siamo di fronte ad un giocatore dotato tecnicamente ma carente sul piano della Tattica Individuale.

Il nostro compito di allenatori invece non si esaurisce al semplice insegnamento della tecnica individuale, dobbiamo lavorare parallelamente sulla tattica individuale per mettere l’atleta nella condizione di saper riconoscere le situazioni da risolvere ed essere in grado di progettare un opportuno piano d’azione. Lavoro di tattica individuale e lavoro di tecnica devono procedere in sintonia, non in successione.

La mia idea di partenza è di abituare l’atleta ad utilizzare la visione periferica e l’anticipazione per migliorare il proprio senso tattico, il bagaglio di tattica individuale, la visione di gioco.

Quando un nostro atleta sbaglia una scelta:
1. ci chiediamo se ha commesso un errore di percezione? Se per esempio effettua un passaggio senza accorgersi dello spostamento di un avversario che intercetta la palla. Di valutazione? Se, rimanendo nell’esempio di cui sopra, pur essendosi accorto dello spostamento dell’avversario (percezione corretta) effettua ugualmente il passaggio. Di esecuzione? L’atleta può aver percepito e valutato correttamente, effettua la scelta giusta ma sbaglia, attraverso una risposta muscolare non adeguata. O, per concludere con un aspetto importante, se tutto è andato bene ma l’avversario è stato semplicemente più bravo?

2. Siamo pronti a dare i giusti correttivi in funzione dell’origine del problema?
3. Siamo capaci di prevenire il problema attraverso un corretto allenamento tecnico-tattico?

Allenatore di Basket:
Il compito dell'allenatore non finisce all'insegnamento del movimento fine a se stesso, ma deve arrivare a mettere in grado il giocatore a scegliere quale movimento fare e come farlo in qualsiasi situazione. Questo implica una profonda conoscenza di ogni situazione di gioco.
A cosa serve saper eseguire una partenza in palleggio perfetta, senza fare infrazione di passi, se la faccio con il difensore lontano e la scelta giusta sarebbe quella di fare un tiro?

Allenatore di Calcio:
Mentre la tecnica di base risulta quindi oggetto di insegnamento, la tattica individuale è considerata una capacità propria del giocatore. Questa separazione porta ad intendere per tattica esclusivamente il modulo di gioco, ovvero l’assetto tattico deciso dall’allenatore. E’ invece possibile insegnare anche la tattica individuale che riguarda la scelta dei movimenti fondamentali che il giocatore esegue quando si trova da solo di fronte all’avversario o quando collabora con i compagni.

Guido Saibene ha prodotto negli anni scorsi, quando era un referente della formazione del CNA, un documento molto interessante sulle qualità che si dovrebbero riscontrare ad un giocatore di pallacanestro. Si parla spesso di saper eseguire i fondamentali nel modo e nel momento più opportuno. Questa oggi si chiama Tattica Individuale. Per poter leggere il documento basta cliccare QUI.

CERCHIAMO CHI CI FARA' DIVENTARE MIGLIORI MA
SOLO DENTRO NOI STESSI TROVEREMO IL TESORO


Un ebreo cecoslovacco di nome Jazed viveva in un piccolo villaggio sperduto nella provincia Boemia, chiamato Lod. Egli aveva un grande desiderio, costruire una sinagoga nel suo piccolo villaggio, ma li regnava una grande povertà.

Passava il tempo e Jazed si macerava sempre di più in questo suo desiderio.

Da un po' di tempo sognava spesso che, se si fosse recato a Praga ed avesse scavato sotto il ponte davanti al palazzo reale, avrebbe trovato un tesoro. All'inizio non diede peso a questo sogno ricorrente, ma poi poichè questo si ripeteva sempre più costantemente, un bel giorno decise di partire dal suo paese per Praga alla ricerca del tesoro sognato.

Senza dire nulla a nessuno, raccolse quanto gli poteva servire e giunse al palazzo reale, ma accanto al ponte, sia di giorno che di notte vi era sempre la guardia del re.

Giravagò, sempre li attorno per diversi giorni, senza mai avere la vera occasione di scavare per cercare il tesoro. Un bel giorno fu fermato dal capo delle guardie e alla richiesta delle spiegazioni perchè fosse sempre in quella zona, un po' impaurito e stanco gli raccontò il sogno.

Al termine il capo delle guardie si mise a ridere e gli disse: "Guarda che anch'io sogno spesso che se mi reco in un villaggio della Boemia chiamato Lod, in casa di un certo Jazed e scavo sotto la sua stufa, trovo un tesoro, ma non sono così ingenuo da credere ad un sogno; va e tornatene a casa."

Jazed si allontanò alquanto sorpreso dall'avere udito proferire il suo nome da uno sconosciuto che, prima di allora, non aveva mai visto.

Giunto a casa, per scrupolo, si mise a scavare sotto la stufa e trovò, con stupore, il tesoro tanto ricercato e atteso, con il quale potè costruire finalmente la sua sinagoga.

cit. Cesarino Squassabia

DOMENICA 30 MAGGIO 2010 A GAZZADA
FESTA DEL BASKET E GIORNATA ADMO


Ricevo e pubblico con piacere:

Buongiorno,

mi chiamo Tarcisio Vaghi e vi scrivo per comunicarvi che, insieme ad un gruppo di amici dell'ambiente cestistico abbiamo creato un gruppo di lavoro che da qualche mese si sta adoperando, come alcuni di voi sanno (avendoci spesso e con entusiasmo già sostenuto), per diffondere informazione rigurado all'attività di ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo).

Il gruppo di cui vi parlo si muove all'interno di ADMO in maniera trasversale al mondo della pallacanestro (sport da cui tutti deriviamo e con il quale abbiamo i nostri contatti) con il logo e lo slogan di "cestisti fino al midollo " (di cui vi allego la grafica).

Tutto è nato dalla volontà di alcuni amici che si sono sensibilizzati venendo a contatto con la malattia che mi sta coinvolgendo e con la conoscenza reale del percorso di donazione di midollo che negli ultimi anni è diventato una procedura veloce, senza rischio alcuno e sempre di maggiore e determinante diffusione.

Tra le varie iniziative passate e future vi voglio sottolineare quella di domenica 30 maggio 2010 presso la palestra delle scuole medie di Gazzada (VA) in Via Matteotti. A partire dalle 9,30 del mattino daremo l'opportunità a tutti coloro che lo vorranno (previa prenotazione presso il mio indirizzo di posta elettronica - tarcisiovaghi@gmail.com) di poter venire per iscriversi all'ADMO con la possibilità di espletare in loco tutto le procedure (compreso il prelievo) grazie al contributo di alcuni volontari ADMO e di alcuni medici dei più importanti centri trasfusionali della Lombardia.

E' per noi e per il mondo dello sport un'occasione unica, sia per la portata delle iscrizioni, che stanno crescendo a dismisura sia nel basket locale che nel basket di più alto livello, sia per la risonanza che si potrebbe dare come esempio positivo dello sport nella vita sociale.

Già alcuni campioni di basket hanno aderito ad ADMO e ne sono diventati testimonial:
sono infatti iscritti GIANMARCO POZZECCO, ANDREA MENEGHIN, MARCO CARRA e lo diventerà MARCO ALLEGRETTI in occasione di domenica 30.

Inoltre ci sarà un contributo dei ragazzi della curva della Pallacanestro Varese in occasione della partita di domani sera alle 20.30 a Masnago contro la Vanoli Cremona, occasione in cui i ragazzi esporranno per tutta la gara una striscione che proporrà la nostra iniziativa di domenica 30 maggio.

Anche questo è un segnale di grande civiltà e sportività se si pensa all'importanza della gara nella stagione di Varese.

Vi ringrazio si da ora per la visibilità che vorrete dare con la vostra professionalità alla nostra iniziativa e vi invito ad intervenire nella giornata del 30 maggio a partire dalle 9,30 a Gazzada.

Vi ripeto il mio indirizzo di posta elettronica che potrà essere pubblicato per contattarmi e per ogni evenienza che riterrete utile:

tarcisiovaghi@gmail.com

sentiti ringraziamenti

Tarcisio Vaghi

giovedì 22 aprile 2010

STUDIARE I GRANDI MAESTRI PER SUPERARLI
IN OGNI GIORNO 24 ORE DI OPPORTUNITA'


Pubblico volentieri un interessante articolo redatto da Raffaele Baldini sull'house organ dell'Azzura Trieste che mi arriva per mail per la bontà del suo patron Cumbat. Lo pubblico perchè ci sono spunti di riflessione avvincenti sulla figura dell'allenatore.

E’ ancora vasta l’eco dello strepitoso sogno della piccola università di Butler finito sul ferro alle finali NCAA, una favola incarnata dal trentatreenne coach Stevens, capace di mettere in riga illustri “mostri sacri” della panchina e di imbrigliare i blasonati “Blue Devils” del mitico coach “K”.

Un esempio di professionalità cestistica precoce che ben si allinea con un’idea maturata leggendo la biografia di Dan Peterson in “Quando ero alto due metri”: l’importanza anche per chi rincorre l’ambizioso progetto di allenare una squadra di basket oltre a chi pratica lo sport, di essere “affamato” della materia, di sacrificare tempo per assorbire insegnamenti dei maestri, di guardare dal vivo schemi tradotti nella pratica, di considerare il possibile istinto innato come l’ultimo ingrediente di un bagaglio personale precostituito.

Questo perché la realtà italiana della classe istruttrice, e triestina in particolare, troppo spesso si è impigrita dietro il minimo sindacale approfondimento, magari supportata da qualche lettura o da facili prodotti video preconfezionati. La realtà è che per eccellere c’è bisogno di fatica e lavoro, Dan Peterson che tutti ricordano alzato dai suoi giocatori nelle finali di Coppa Campioni o che si lasciava andare a drink a base di thè a bordo piscina nel Tennessee come attore consumato, altro non era che l’ultima parte di un percorso partito da molto lontano, da giovanissimo allenatore ormai conscio di non poter sfondare come giocatore nel mondo della pallacanestro.

Momenti costellati di avventurose corse e chilometri fatti per vedere qualche partita, magari di nascosto, quaderni e quaderni di appunti con schemi, zone press 1 3-1, 2-2-1, allenatori studiati ai raggi X come Burmaster, Kinert, Case, Mills, tutti inconsci maestri “a distanza” , giocatori analizzati e proiettati nel futuro per vedere possibili o reali velleità di sfondare.

Il parallelismo con la realtà nostrana è alquanto deprimente, le palestre sin dai tempi della serie A e di grandi coaches come Luca Banchi o Cesare Pancotto, e prima ancora con Boscia Tanjevic e Matteo Boniciolli sono sempre state desolatamente vuote o quasi, al limite i tifosi a far cornice, ma addetti ai lavori pochi e sporadici; hai voglia poi inculcare PAO (Programma Aggiornamento Obbligatorio ndr.) o altre soluzioni simili che assomigliano al cucchiaio costretto di un medicinale insopportabile per far piacere al bambin Gesù…

Va bene che il triestino è permeato di conoscenza cestistica, un’investitura quasi dettata da ragioni storiche, ma tutto ciò non può bastare per raggiungere l’eccellenza; avere il maggior numero di elementi su cui fondare il proprio credo cestistico è come per uno scrittore avere profonda conoscenza delle radici letterarie; è solo a quel punto che la caleidoscopica marea di informazioni deve essere veicolata secondo una concezione personalistica della pallacanestro, certamente supportata dalla giusta dose di personalità e istinto. Esattamente come Barney Oldfield, guardando la “biblioteca” di Dan Peterson, chiese a “the coach”: “Di tutta quella roba c’è qualcosa in cui credi?”, ecco il passaggio fra il nozionista e l’allenatore.

La sostanza è sempre quella, vivere con passione il mestiere dell’allenatore vuol dire avere più “fame” degli altri, studiare e seguire i grandi maestri non per emularli ma per superarli, non finire di approfondire la materia, prendere decisioni con personalità ma con l’umiltà di chi non è mai arrivato, pensando che ogni giorno ha 24 ore di opportunità, per essere un nuovo coach Stevens e raggiungere i propri sogni!

Raffaele Baldini

lunedì 19 aprile 2010

UN PO' CRUDA... MA REALTA' ASSOLUTA
OGGETTO: SCELTA DEL RISTORANTE


Oggetto: la scelta del ristorante

Un gruppo di amici di quarant'anni dibatteva e dibatteva per scegliere il ristorante dove passare una bella serata. Finalmente si decisero sul Ristorante Tropicale perchè le cameriere usavano minigonne corte e scollature generose.

Dieci anni più tardi, ai cinquanta, il gruppo si riunì di nuovo e ripresero a dibattere e a dibattere per scegliere il ristorante dove passare una bella serata. Finalmente si decisero sul Ristorante Tropicale perche il mangiare era buono e c'era un'ottima scelta di vini.

Dieci anni più tardi, ai sessanta, il gruppo si riunì di nuovo e ripresero a dibattere e a dibattere per scegliere il ristorante dove passare una bella serata. Finalmente si decisero sul Ristorante Tropicale perche lì si poteva mangiare in pace e c'era una sala per fumatori.

Dieci anni più tardi, ai settanta, il gruppo si riunì di nuovo e ripresero a dibattere e a dibattere per scegliere il ristorante dove passare una bella serata. Finalmente si decisero sul Ristorante Tropicale perche c'era una comoda rampa per sedie a rotelle e c'era pure un piccolo ascensore.

Dieci anni più tardi, agli ottanta, il gruppo si riunì di nuovo e ripresero a dibattere e a dibattere per scegliere il ristorante dove passare una bella serata. Finalmente si decisero sul Ristorante Tropicale che trovarono tutti essere una gran bella idea poiché non ci erano mai stati.

martedì 13 aprile 2010

LETTERA CHE SPIEGA UNA GRANDE VERITA'
"CERCATE UN ALLENATORE INCAPACE?"


Riporto con piacere articolo apparso sulle pagine on-line dell'Eco di Bergamo, di una lettera di un allenatore di calcio. Grande verità.

«Io per i genitori sono e sarò sempre un allenatore incapace. Mi chiamo Milco, sono un allenatore di calcio di settore giovanile ormai da 14 anni, sempre nei quartieri di Bergamo, e attualmente sono il mister di una squadra allievi Figc. Vi racconto con ironia il perché del titolo di questa mia lettera di sfogo».

«I genitori non sono e non saranno mai contenti e la loro infelicità diventa un mio limite. Ho partecipato per tre anni a un campionato categoria giovanissimi Figc denominato "fair play". Questo campionato aveva due regole principali. La prima era che la partita era suddivisa in tre tempi da venti minuti ciascuno e inoltre vigeva l'obbligo di far giocare per un tempo tutti i ragazzi che erano a disposizione in panchina».

«I sette cambi io li facevo sempre all'inizio del secondo tempo, in più ovviamente c'erano tutte le altre regole comuni del gioco del calcio. Avevo venti giocatori in rosa e di conseguenza c'erano quaranta genitori. Il regolamento mi consentiva di inserire in distinta solo diciotto giocatori (undici titolari e sette a disposizione), quindi purtroppo due ragazzi non potevo convocarli».

«Pronti via ed ecco che per i quattro genitori di quei due ragazzi non convocati io ero un allenatore incapace. Dai Milco, mi dicevo, non ti abbattere, ne hai ancora trentasei che ti stimano. Arrivava il giorno della partita e io mi dovevo attenere al regolamento, undici titolari e sette a disposizione».

«I ragazzi erano vestiti, uscivano dallo spogliatoio ed entravano in campo per il riscaldamento. I titolari all'interno del campo di gioco, gli altri da un'altra parte a palleggiare tra loro. Boooommmm! Ecco che anche per quei quattordici genitori resisi conto di avere i propri sette figli non titolari io ero diventato un allenatore incapace, nonostante avessi comunque convocato i loro figli».

«Non devo mollare, mi dicevo allora, ho ancora ventidue genitori che mi vogliono bene. L'arbitro era pronto a fischiare l'inizio della partita, i ragazzi titolari si disponevano in campo in base ai ruoli da me dati. Non era possibile, porca miseria che sfortuna, per otto genitori i loro quattro figli giocavano fuori ruolo. Mi veniva da morire, nonostante li avessi convocati, nonostante giocassero titolari, anche per loro otto io ero un allenatore incapace».

«Barcollavo ma non mollavo, avevo pur sempre ancora quattordici genitori che mi stimavano.... Ma no! Finito il primo tempo e nel rispetto del regolamento, facevo entrare tutti e sette i ragazzi che erano a disposizione. Ma io mi chiamo Milco ed ero, sono un allenatore incapace e sapete cosa combinavo con i cambi? Lasciavo in campo i quattro giocatori che "erano fuori ruolo" e sostituivo gli altri sette, così anche per gli ultimi quattordici genitori io mi trasformavo in un allenatore incapace, nonostante la convocazione e la maglia da titolare».

«Mi chiamo Milco, cercate un allenatore incapace?»

Capisco perfettamente i concetti espressi da questo allenatore di calcio giovanile. Non penso che tutto ciò, si allontani molto dalle logiche della maggior parte dei genitori che hanno i figli che giocano a basket. Un po' ci aiuta il fatto che la pallacanestro è un gioco per persone intelligenti (così si diceva un tempo) e quindi, in questo caso, le differenze con il calcio ci aiutano.

Già è molto difficile convincere della bontà del proprio modo di fare gli stessi ragazzi, figuriamoci genitori, parenti, amici... e quant'altro.

Come allenatori e istruttori, abbiamo però un vantaggio da non perdere mai di vista, rispetto ai genitori coinvolti in queste dinamiche. La nostra coscienza deve andare di pari passo con l'obiettiva valutazione di natura tecnica, fisica, e mentale a cui a nessuno dovremo mai rispondere.

Se alla sera, dopo un allenamento, dopo una partita più o meno importante, dopo la finale di un torneo, siamo a posto con la nostra coscienza e siamo sicuro di aver fatto di tutto per dare le opportunità giuste ad ognuno dei ragazzi che alleniamo, allora tutto il resto non conta o comunque conta meno.

Il giudizio di merito più importante è il pensiero che mi faccio del mio operato. Farsi un esame di coscienza e rendersi conto di aver fatto degli errori è il primo passo, ma se siamo convinti di aver preso la strada giusta per il bene comune, sarebbe opportuno non rendersi vulnerabili a facili illazioni e/o invidie non oggettive.

Poi, capita spesso che il più delle volte perseguire con fiducia nelle dinamiche adottate è la migliore strada possibile. Il tempo in questo senso ha una grande potenzialità rivelatrice.

mercoledì 7 aprile 2010

TROFEO DELLE REGIONI 2010 - LIGNANO
CONSIDERAZIONI SPARSE IN ORDINE ALFABETICO

Tornando dall'esperienza del Trofeo delle Regioni svolto a Lignano Sabbiadoro proprio in questi gironi con la Selezione della Lombardia (annata 1995) pubblico "breve" scritto con considerazioni sparse sulla manifestazione.


A come Arbitri: il progetto sugli arbitri che la qualificazione dei migliori giocatori voluta del Settore Squadre Nazionali ha potuto riflettere anche sui giovani arbitri e miniarbitri di ogni regione, ha indubbiamente un valore importante per il nostro movimento. Il livello dei giovani fischietti presenti al Trofeo delle Regioni, si è dimostrato alto, considerando anche la giovane (alle volte giovanissima) età dei ragazzi presenti. Gli aspetti negativi (anche se anticipo che non sono un conoscitore della materia in modo approfondito) sono a mio avviso, le barriere e il distacco che si sono create in prima istanza tra referenti tecnici e commissari degli arbitri e in seconda battuta, tra arbitri e allenatori delle selezioni. In sei giorni di permanenza a Lignano (rigorosamente in alberghi separati), non pensare di organizzare neppure un incontro formale (o meno) tra commissari, RTT e Allenatori è una grave mancanza che alimenta le barriere e rafforza le diversità. Tutto questo anche alla luce di quanto scritto e fatto nel PQN, dove giovani arbitri e istruttori, hanno invece camminato fianco a fianco delle selezioni regionali per tutto l’arco temporale del progetto. Ulteriore valutazione di opportunità è la qualità degli arbitri reclutati per Lignano. Far arbitrare la più importante manifestazione in Italia in ambito giovanile a ragazzi (qualcuno non ancora maggiorenne) che (per colpe non loro) potrebbero non essere preparati ad affrontare le situazioni più disparate, potrebbe essere un problema. Se è vero che c’è una grande uniformità di giudizio e una ottima preparazione sulla tecnica arbitrale, anche pensando di avere a che fare con arbitri così giovani, è altrettanto vero che valutare contatti, infrazioni e violazioni a 18/19 anni con un livello di esperienza limitato ti espone a rischi notevoli. Cercare di non fermare per troppo tempo la carriera dei giovani fischietti, che dimostrano talento e attitudine al ruolo, ai livelli più bassi della piramide dei campionati (serie D) è obiettivo sacrosanto. Nello stesso tempo “lanciare” al fronte giovani “arbitri” senza nemmeno le minime precauzioni e protezioni contro le avversità del campo, in mezzo a molti lupi di mare come sono le minors in giro per l'Italia, è un rischio che il CIA dovrà valutare se correre o meno nel prossimo futuro.


B come Bizzosi: l’allenatore marchigiano, dopo aver sfiorato più volte la firma sul contratto con la Nazionale Italiana nei mesi scorsi, è stato ingaggiato per seguire per conto del Settore Squadre Nazionali e di Gebbia in modo particolare (impegnato a Ragusa con la Nazionale Under 16) il Trofeo delle Regioni e il suo contenitore PQN. Giudizi di merito ovviamente non se ne possono dare, anche perché è molto difficile anche per un allenatore bravo e preparato come Bizzosi (tra l’altro con esperienza e metodologia da settore giovanile) entrare a far parte di un sistema organizzato e di routine come quello del PQN nel giro di poche ore. A chiamata (un giorno prima) ha risposto si. Alla maglia della Nazionale non si può dire NO, ma magari visto che i raduni di Gebbia (Under 16) e di Bocchino (Under 18) erano stati programmati da mesi, forse, sarebbe stato più opportuno coinvolgere Bizzosi già da qualche settimana, per dar tempo di studiare situazione e programmazione del torneo ad una persona che comunque ha dimostrato di saper stare al servizio del movimento.


C come Cipolat: il vulcanico padre padrone del Friuli Venezia Giulia ha speso tutto se stesso per organizzare al meglio questo torneo. Lo ha voluto fortemente candidandosi a più riprese, e lo ha costruito a sua immagine e somiglianza. Si possono muovere sia aspre critiche che gentili consigli, ma la sostanza innegabile e positiva (per quanto mi riguarda) è quella che un uomo di quasi 70 anni che spende tutto il proprio tempo e tutte le risorse personali per la pallacanestro, cercando di essere il più competente possibile, infonde certamente stima e ammirazione. Avere passione per il basket e dimostrarla tutti i giorni della propria vita, è una dote che non si può non riconoscergli. Se poi in aggiunta a questo ci fosse anche affidabilità, mansuetudine, competenza e collaborazione, allora la poltrona del Presidente del Friuli sarebbe un po’ stretta al nostro caro Ezio, e non solo per motivi di taglia.


D come donne: il basket femminile non è mai stato il mio forte e in questo senso scrivere qualcosa su di loro mi fa muovere nelle sabbie mobili. Da quello che ho visto però sono rimasto positivamente colpito dalla ritrovata atleticità di molte delle ragazzine viste all’opera. E’ chiaro che veder giocare la Lombardia (che rappresenta da sola quasi un terzo del movimento) ti aiuta ad essere felice, però, anche per il resto delle regioni visionate, le note sono finalmente positive. In questo senso mi sembra che in ambito femminile i passi di sviluppo e di miglioramento del sistema si possano vedere anche ad occhio nudo, e che forse la parte maschile del movimento, suo malgrado per la prima volta, può trarre spunti positivi dai colleghi in rosa.


E come edizione 2009: è ovvio che avendo visto solo le ultime due edizioni del Trofeo delle Regioni il mio giudizio è di parte e ha il solo scopo di creare dibattito. Nonostante tutti gli sforzi compiuti dal Comitato Organizzatore del torneo, sarebbe stato meglio (a mio avviso) dare mandato ad un professionista del settore, come appunto lo è Zucconi che organizza eventi del genere da anni e che ha organizzato Montecatini 2009, per essere il meglio possibile. Il professionista da sicurezza, maggiore visibilità e migliore organizzazione. Rispetto e ammiro la buona volontà e il volontariato attivo di chi si è speso ai massimi livelli per organizzare tutto al meglio a Lignano, ma l’operazione nei fatti probabilmente è costata di più e ha reso qualcosa di meno.


F come fila: quella interminabile e veramente straziante di ogni pasto. Colazione, pranzo e cena a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno, tutti in fila per poter cibarsi attraverso il self service della residenza Le Vele. Veramente uno strazio organizzativo che giovani, meno giovani e tutti gli altri, si sono dovuto sobbarcare, con pazienza e fiducia. Cosa si fa alle volte per il bene comune e per la pace nel mondo!? Inutile pensare di dire come fare a migliorare una cosa che non doveva essere proprio così. Zero in pagella.


G come Getur: il Villaggio Getur che ci ha ospitati, di cui conoscevo l’esistenza solo per sentito dire ha certamente qualità ottime sotto l’aspetto logistico - organizzativo. Avere riunite in pochi metri tutte le squadre e tutte le delegazioni, potendo condividere dal primo giorno fino all’ultimo tutti i momenti della manifestazione, è stata una cosa bella e motivante. La struttura (gestita in ambito religioso) di cui si fa un gran parlare per un potenziale scandalo sul taglio indiscriminato di parte delle bellissima pineta in cui è immerso, ha potenzialità forse fin troppo elevate per poter essere veramente vincente. Avere a disposizione oltre che 3.000 posti letto, campi da calcio, da calcetto, piscine, palestre… su un area veramente immensa, ti pone il cappio al collo, con la necessità di fare numeri elevati di ospiti ogni giorno, accettando tutti (con i rischi che ne potrebbero conseguire) e dovendo tenere prezzi di soggiorno ampiamente al di sotto della concorrenza. Spesso avere strutture grandi ti pone problemi di gestione anche finanziaria… è vero che la Chiesa, in questo senso, qualche santo in paradiso ce l’ha sempre.


H come Hospital: la presenza silenziosa e fattiva dei due medici della FIP, Capurro (l’arbitro) e XXXX ha dato qualche certezza in più e qualche problema in meno alle varie delegazioni e alle varie squadre spesso chiamate a garantire prevenzione, sicurezza e cure a giovani atleti di primo livello. Grazie di cuore.


I come Italia: molti di questi ragazzi hanno già vestito nei mesi scorsi la maglia dell’Italia. Raduni interregionali, alta specializzazione, ultimamente a Giulianova raduni a 16 giocatori veri e propri. Inevitabilmente sono già avvenute delle selezioni importanti perché gli europei per l’annata 1995 si avvicinano a grandi passi (estate 2011). Mi domando perché si faccia finta di niente e il “movimento” continui ad avere una programmazione contraria alla logica. Perché prima c’è il Torneo Impariamo Insieme (Under 14) gestito direttamente dal SSNM e poi c’è il Trofeo delle Regioni (Under 15) gestito dalle Regioni. Non sarebbe più logico usare una normale programmazione per cui dai numeri alti (Trofeo delle Regioni giocatori coinvolti 216) si passa a fare un po’ di selezione (Torneo Impariamo Insieme giocatori coinvolti 96) e non viceversa?


L come livello: il Progetto di Qualificazione Nazionale ha certamente innalzato il livello delle regioni con meno numeri e qualità. Negli anni passati (senza PQN) era impensabile avere regioni “di seconda fascia” che potessero presentarsi al torneo con l’ambizione di giocarsi una delle finali che contano davvero. La speranza per loro era solo quella di non fare brutte figure. Invece quest’anno l’eliminazione (a sorpresa) di molte delle regioni più accreditate dagli addetti ai lavori per la vittoria finale (Veneto e Lazio su tutte) rende merito e onore alle regioni più piccole e teoricamente più indietro. Aver avuto la pazienza di progettare con competenze illuminate un miglioramento dei propri migliori atleti della propria regione è un bel segnale di lungimiranza per i Comitati Regionali coinvolti. La mia personale paura è che tutto questo bel lavoro prodotto, senza una vero progetto proiettato anche nel futuro (almeno da parte dei Comitati Regionali) possa svanire nel nulla oppure possa “ridare” al movimento meno di quello che è costato. La vera linea di partenza per questi ragazzi è alla fine di questo bellissimo torneo e di questa esperienza. E’ solo dopo il 6 aprile 2010 che si può (a mio avviso si deve) pensare in grande per questi giovani. Certamente i migliori vestiranno la maglia dell’Italia (e ne saranno ovviamente contenti), ma dal ventesimo giocatore in poi chi si occuperà di loro? Siamo sicuri di lasciare tutto in mano alle sole Società che spesso faticano a preoccuparsi per davvero dei bisogni di questi talenti nostrani? Siamo sicuri che i Comitati Regionali (soprattutto nelle regioni con meno Società serie a livello di settore giovanile) anche attraverso dei piccoli progetti College, non possano coinvogliare risorse per non disperdere tutto questo importante lavoro di reclutamento e di formazione?


M come Menù: se il Settore Squadre Nazionali (ed i suoi medici incaricati) avesse solo dato un’occhiata (senza per altro mettere vincoli e/o paletti) a quello che la cucina della struttura Getur ha dato ai ragazzi sarebbe già un invidiabile successo. So cosa significa gestire una struttura simile e so che dare da mangiare a 800 persone al giorno per tre pasti non è semplice se si considera, dieta, risorse, tempi tecnici di preparazione degli alimenti. Vi posso assicurare che il menù presentato a Lignano non è certo quello che un dietologo (anche dilettante) consiglierebbe per uno sportivo in fase di sviluppo. Oltre alla qualità delle derrate che obbligatoriamente non può essere alta se pago 40 euro di pensione completa al giorno, c’è da rivedere proprio anche la scelta delle pietanze da servire. Non posso immaginare che il fritto (e non solo) possa far parte del menù quotidiano di una atleta che sta svolgendo gare e allenamenti giornalieri, oltretutto in pieno sviluppo adolescenziale.


N come Nazionale: aver pensato di organizzare una serata dedicata alla maglia azzurra e al valore intrinseco che questa maglia ha per chi la indossa è una grande idea. I ragazzi presenti hanno infatti apprezzato lo sforzo della FIP di presentare l’azzurro come qualcosa di raggiungibile, di motivante e di importante. Ci sono però molti aspetti che lasciano a desiderare. La prima riguarda il titolo della serata: “Siete pronti a diventare grandi? - La Maglia Azzurra ti aspetta.” Il professor Roberto Colli preparatore fisico delle Nazionali Giovanili durante il clinic della mattina di pasquetta ha dichiarato apertamente che dei 216 ragazzi che fanno parte delle selezioni maschili, più o meno agli europei 2011 arriveranno in sette/otto. Anche al sottoscritto come alla FIP piace pensare a titoli ad effetto, ma illudere i ragazzi con la chimera della chiamata in maglia azzurra mi sembra una forzatura e forse anche un modo inopportuno per poter far apprezzare agli atleti il valore della Nazionale. In secondo luogo la regia dell’evento non è stata all’altezza dell’evento. Ritardo di 45 minuti sull’orario e questo alla fine ci sta. Assolutamente troppi 24 giocatori (ex nazionali) presentati sul palco uno ad uno con tanto di domande preparate a tavolino (qualcuna delle quali veramente imbarazzanti) per quasi due ore di sfilata spesso poco motivante e con un clima che da serio e interessato (all’inizio) si è trasformato in anarchia pura nel giro di qualche mezz’ora. E se neppure il rimprovero di Meneghin ha sortito gli effetti sperati, c’è da farsi delle domande. Inoltre è due anni che all’avvio della serata la FIP propone un video con immagini (anche belle e suggestive) della storia della Nazionale e del recente passato azzurro. Ma in entrambe le occasioni la musica di sottofondo troppo bassa, non ha sortito l'effetto sperato. Peccato. Io non dico tanto, ma provare l’impianto di diffusione sonora prima della premiazione pare brutto?


P come Palloni: nella prima giornata del Trofeo delle Regioni della passata stagione (Montecatini 2009) ho avuto la fortuna di vedere per primo i palloni della manifestazione. Al primo allenamento svolto al PalaMadigan il giorno prima dell’apertura del torneo il buon Giuseppe Zucconi (organizzatore dell’evento) si è presentato con i Molten GE7. Per chi non lo sapesse sono i palloni che vendono nei bazar al mare (di secondo livello però) paragonabili a quelli di gomma per i play ground. Dopo l’incazzatura dello scorso anno e le raccomandazioni del caso (a chi di dovere) di quest’anno, arrivo alla prima partita e con la curiosità di un bambino nel cercare il nascondiglio della Nutella nelle mensole di casa, scopro i palloni della manifestazione. Molten GG7 nuovi di pacca, appena gonfiati. Ora per decenza non ho detto (quasi) nulla ai referenti di turno, ma possibile che non si sappia che giocare con un pallone nuovo di pacca appena comprato è una roba molto difficile, soprattutto se questa roba la devono fare ragazzini ancora in evoluzione tecnica? Qua devo obbligatoriamente dare un consiglio alla FIP. I palloni vanno benissimo, anzi grazie per aver risparmiato da qualche altra parte (non oso immaginare dove) e aver comprato dei palloni bellissimi. Però adesso, vi prego, date questi palloni a qualcuno da usare (con parsimonia) per poi poterli far arrivare al prossimo Trofeo delle Regioni di Torino 2011, in condizioni finalmente perfette.


Q come Qualificazione: la manifestazione "Trofeo delle Regioni" è bella e motivante. La festa dei Comitati Regionali e dei suoi Presidenti pure. Ma la durata del torneo a mio avviso va assolutamente rivista. Il periodo è il più infausto possibile. Le vacanze di Natale erano certamente meglio, perchè non c'era tanta concorrenza con altri tornei (Varese, Moncalieri, Caserta, Pesaro...) e poi perchè i migliori ragazzi del '95 sono già tutti sotto pressione nella parte finale dell'attività con i club. In ultimo otto giorni di torneo sono troppi, assolutamente esagerati!. Ottimizzare meglio l’evento, oltre che ridurre i costi, darebbe più intensità e brio a tutto il torneo. Le squadre dovrebbero essere 16 e non 18, con uno spareggio di qualificazione tra le ultime classificate dell’anno precedente, oppure con l’inserimento dei migliori atleti di regioni più piccole in altre selezioni. Il torneo dovrebbe prevedere nei primi due giorni lo svolgimento del primo girone di qualificazione (4 squadre – 3 partite) il terzo giorno quarti di finale incrociati (prime contro seconde e terze contro quarte). Quarto giorno semifinali. Quinto giorno finali. Le squadre dovrebbero avere le possibilità di avere 14 giocatori coinvolti, primo perché nel PQN si parla tanto di coinvolgimento di atleti (magari alti e un po' più indietro) secondo perché avere 14 atleti convocati ti permette, in caso di infortunio, di arrivare alla partita sempre in condizioni numeriche accettabili. Nella finale con il Friuli, i padroni di casa hanno giocato in 9 con tre infortunati in panchina inutilizzabili. In ultimo (ma cosa più importante) eliminerei tutte le regole speciali (divieto della zona, cambi obbligatori, blocchi, regola dei 5 secondi...). Possibile che si debba sempre inventare qualcosa per "limitare" qualcosa o qualcuno. Non è immaginabile tra persone ragionevoli, pensare a due squadre di ragazzini di 15 anni che arrivano in una palestra a giocare una partita normale, come vogliono, con le loro caratteristiche e le loro peculiarità, senza che ci sia un regista più o meno occulto che dica a tutti (e a prescindere) cos’è bene e cos’è male cosa si può fare e cosa no? Le imposizioni di sistema mi sembra portino solo ad un autoritarismo ormai superato, che di certo non porta benefecio al movimento, anzi. Castrare fantasia, possibilità e opportunità non aiuta ne a essere se stessi ne certamente ad essere migliori.


R come Rocco: dopo tre anni da Referente Tecnico Territoriale della Lombardia, Enrico dopo aver preso il testimone da Giovanni Todisco (che a sua volta l’aveva preso da Cedro Galli) lascia l’incarico dopo i canonici tre anni di mandato. In questo lasso di tempo i due secondi posti a Montecatini (93 e 94) e il settimo posto a Lignano (95), battendo la terza classificata nel girone (Marche) sono quanto di meglio si potesse fare per una regione che è vero che rappresenta il 30% del movimento di base, ma che ha in Società non professionistiche (Bluorobica, Desio, ABC Varese…) le migliori, per produzione di talenti. Non avere in regione Società di massima serie che facciano investimenti duraturi e competenti sui settori giovanili, crea limiti profondi nel reclutamento e nella migliore formazione possibile per i giovani giocatori lombardi. Enrico Rocco ha costruito con i mezzi a disposizione, dei veri e piccoli capolavori, fatti soprattutto di tanta gente disponibile a dare tutto, in cambio di poco o nulla. Se poi ci aggiungiamo le critiche (che ci sono state e ci saranno sempre) su questo lavoro capillare e certosino allora il quadretto è completo.


S come Staff: l’idea di creare all’interno di ogni regione uno staff formato da persone con esperienza diversa che possa supportare il miglioramento dei giovani giocatori è un concetto innovativo e certamente da perseguire. Dare mandato agli RTT di condurre con più o meno valenza gli allenamenti, migliorando nei fatti anche l’allenatore (più o meno giovane) di turno, ha anche questo una non secondaria rilevanza. Ai migliori giocatori (della regione) devono essere affiancati i migliori allenatori. Da li in poi come fare ad organizzare questo semplice assioma ne possiamo discutere trovando la soluzione migliore in base anche alle caratteristiche territoriali di ogni regione. Rappresentare all’interno del Torneo delle Regioni la qualità e le caratteristiche pecuniarie di regione diverse, con “modus operandi” alternativi tra di loro ma non per questo non complementari, crescendo “insieme” nelle diversità, mi sembra un bell’obiettivo. Produrre squadre tutte uguali, con sistemi simili che creano solo polli di allevamento, per paura che qualcuno vada fuori dalle righe, è una involuzione intellettuale degna del più becero autoritarismo. RTT quindi in prima linea con gestione diretta di allenamenti durante la preparazione e seduti in panchina durante le partite per dare significato al lavoro svolto.


T come tecnici: durante le 99 partite non mi sono giunte voci di falli tecnici alle panchine o ai giocatori. Nessuna espulsione o altro a livello disciplinare. Qualche piccola ammonizione qua e la per cercare di tenere gli animi sereni anche nei momenti caldi di partite equilibrate con ritmi forsennati che non aiutano certo a mantenere la lucidità. Nessun provvedimento disciplinare preso significa avere a che fare con persone in grado di capire che se viene data una responsabilità importante in libertà, la linea di demarcazione tra il bene e il male è quella del buon senso e non quella della regola imposta. A Lignano gli allenatore o i dirigente non hanno protestato (o hanno protestato meno), perché si sa che in una situazione come quella vissuta in questi giorni è giusto essere migliori. La scelta di campo fatta dagli attori protagonisti, a mio avviso, è un modo di essere, è un modo di pensare, prima ancora che un modo per rispettare le regole. Questo è certamente un bel segnale che va sostenuto e pubblicizzato, ma che non può non essere messo in conto nelle valutazione finale di un evento del genere, dove per diversi motivi è facile trascendere.


V come verdi: il colore della Lombardia è guarda caso uguale a quello speranza. I verdi Lombardi anche in questa occasione hanno provato e cercato di dare il meglio di se stessi. Nel femminile il livello delle avversarie ha facilitato il compito a Gambarini e company e quindi sia la qualità di un movimento importante come quello lombardo, che la dimostrazione del potenziale (anche se con il thrilling della finalissima) sono state suffragate da un altro bel primo posto assoluto. Nel maschile il livello di avversari certamente più preparati tecnicamente e la standardizzazione del modo di giocare di tutte le selezioni, non ha dato la possibilità alla squadra del Presidente Ragnolini di esprimere al meglio il valore intrinseco del movimento lombardo nel suo complesso. La Selezione maschile arrivata settima, perdente nel quarto di finale con la Toscana (di 4), poi seconda e vincente (nel girone) con le Marche (di 3) poi terza, ha comunque significato (a livello di risultato) un piccolo passo indietro rispetto alle annate 93 e 94, rispettando in pieno il livello medio dell’annata 95 in Lombardia. Si sapeva che c’era da soffrire e così è stato.


Z come Grazie: i miei personalissimi grazie iniziando dal Presidente Enrico Ragnolini per la solita passione dimostrata, all’RTT Enrico Rocco per la competenza e la cura del dettaglio, allo Staff lombardo con Federico, Lorenzo, Deborah e Gabriele per la dedizione e l’impegno con cui hanno affrontato l’esperienza. Un grazie speciale a Pierangelo Crivelli sempre pronto a dare supporto e apporto alla delegazione come un buon padre di famiglia. Infine rivolgo un in bocca al lupo grandissimo ai 12 ragazzi selezionati (più quelli che sono rimasti a casa) per un futuro pieno di passione e dedizione per la pallacanestro. Molti ex nazionali durante la serata azzurra hanno parlato di sogno. I sogni sono la misura del nostro carattere è vero e alle volte sono anche il nostro migliore obiettivo raggiungibile attraverso sacrificio e allenamento. Mi raccomando quindi: “Non smettete mai di sognare, ma vi prego, non smettete neppure di allenarvi duramente per raggiungere l’idea scaturita dal sogno. E’ importante. A presto.”

martedì 30 marzo 2010

GIANNI ASTI UNA VITA PER LA PALLACANESTRO
ECCO L'INTERVISTA PUBBLICATA SU VARESE SPORT


Gianni Asti mi parla con voce rotta dall’emozione
e, lo capisco, è commosso.
Per uno dei grandi uomini della pallacanestro
italiana aver ricevuto la “nomination” per entrare
nella “Hall of Fame” rappresenta il coronamento
di una vita tutta dedicata al basket.
Una bellissima vita, mi sento di aggiungere.
Per me Asti è semplicemente il “Professore”,
un appellativo col quale mi sono sempre rivolto
a Gianni, dandogli rigorosamente del
“Lei”, come si usa quando vuoi significare deferenza,
rispetto oltre che un’infinita ammirazione.
Le due cose -Professore e il lei-, messe
insieme, lo hanno sempre bonariamente indispettito.
Come giusto per un personaggio che
di umiltà e di un costante atteggiamento sottotraccia
ha fatto le sue regole. Nella vita come
nel basket che poi, come mi è già capitato di
scrivere in diverse occasioni, per tanti di noi è
la stessa cosa. Figuratevi per uno come Asti
che, 75 anni tra pochi giorni, nel mondo della
pallacanestro ha trascorso gran parte dei suoi
giorni.
“Ho iniziato con la palla al cesto, allora si
chiamava così, a 13 anni nel 1948. Un avvio
– ricorda Asti -, più che fortunato perché il
mio primo insegnante fu nientemeno che il
professor Tracuzzi, allora allenatore della
Pallacanestro Varese e professore di educazione
fisica nelle scuole varesine. Dalle scuole
medie al settore giovanile della Pallacanestro
Varese il passo fu brevissimo e siccome
non ero affatto male, fu breve anche il passo
in prima squadra con il professor Tracuzzi
che, coraggioso e un po’ “scriteriato” mi fece
addirittura esordire in prima squadra, a Bologna
contro la Virtus Minganti del “mitico”
Calebotta, il primo due metri del basket italiano.
Nel 1955, esaurita la trafila delle giovanili,
ed uscito di scena Tracuzzi che aveva
per me stima e affetto particolari, passai alla
Robur et Fides per aprire il vero libro cestistico
della mia vita”.

Da allora, 55 anni consecutivi di grande
inesauribile “amore roburino”…

“Proprio così perché – continua Gianni -, in
via Marzorati ho ricoperto tutti i ruoli – giocatore,
allenatore e dirigente -, e sui vari legni
roburini ha trascorso le ore più belle,
emozionanti, intense e partecipate della vicenda
cestistica e umana. Rivedo come se fosse
oggi gli anni del primo “boom” quando
con Diego Roga allenatore ed un quintetto
con Luigi Ossola, il sottoscritto, Tozzini, Baroni
e Vaccaro, vincemmo cinque campionati
di fila passando dalla Promozione alla serie
A, disputata con il marchio Prealpi nel 1963-
‘64. Un record che, se non vado errato, è tuttora
imbattuto in ambito nazionale. Intanto,
parallelamente all’attività di giocatore avevo
preso il via, proficuamente, quella di allenatore”.

Da quello che mi ricordo, il suo, è stato come
si suol dire un “bel cominciare”

“Beh, non posso negare che non capita tutti i
giorni di trovarsi fra le mani una nidiata di
ragazzi fantastici come Aldo Ossola, Dodo
Rusconi, Antonio Rodà, i fratelli Gergati.
Gente dotata di talento, mentalità, incredibile
motivazione a lavorare in palestra e migliorarsi,
volontà, entusiasmo. Qualità che poi
permisero loroo di arrivare in serie A e giocarsela
da protagonisti assoluti per tantissimi
anni. Con i vari gruppi, nel 1963, ’64 e ’65,
vincemmo tre titoli nazionali giovanili”.

Un settore giovanile che produceva campioni
su scala industriale…

“In effetti, dopo questa leva, arrivò quella dei
Rodà, Beppe Gergati, Veronesi, Guidali e
compagnia e su questa solida base, con il sottoscritto
come allenatore, costruimmo anche
parte della squadra che conquistò la serie A nel
1972”.

Con il mitico spareggio per la serie A, giocato,
se non ricordo male, a Bologna…

“Proprio così: vincemmo lo spareggio contro
Siena, con la prima transumanza del popolo
roburino che raggiunse in massa il PalaDozza.
Ricordo l’entusiasmo di oltre 2000 nostri
tifosi ed il viaggio negli Stati Uniti per scegliere
l’americano.
Puntai ad occhi chiusi su Terry Benton, splendido
atleta, saltatore, rimbalzista, dotato di
una verticalità, perfetto per il
nostro gioco, velocità e contropiede
che, per essere innescato,
aveva bisogno di un giocatore
del genere. Purtroppo, per la serie
non tutte le ciambelle non
vengono col buco, dopo un buon
inizio Benton si ruppe il tendine
d’Achille e noi precipitammo
perché allora non era possibile
sostituire gli stranieri.
Tuttavia, il finale di stagione
pur nella sua amarezza aprì le
porte allo splendido futuro della
Robur et Fides perché l’Ingegner
Maumary, allora presidente
della Pallacanestro Milano, si
innamorò dei nostri giocatori e
dopo una lunga trattativa, quel
genio assoluto di Dante Trombetta
anziché farsi pagare in
soldoni, raggiunse un accordo
storico: i giocatori avrebbero
preso la via di Milano in cambio
della costruzione del Centro
Sportivo di via Marzorati, quella
che orgogliosamente, da quasi
quarant’anni, è la nostra casa
e diventa ogni giorno più bello”.

Quell’amara e sfortunata retrocessione
non le chiuse le porte della serie A. Anzi, altro
giro, altro spareggio vinto: questa volta,
da coach a Vigevano, contro Cagliari
“Restai in Robur per altre stagioni, spese in
serie B, per trasferirmi, nel 1977-78 a Vigevano
alla guida di una squadra fantastica composta
da campioni come Malagoli, Jellini,
Crippa, Solman e Clyde Mayes che, colpo di
fortuna, arrivò da noi per caso, dopo essere
stato provato e scartato da Udine, mentre noi
aspettavamo tale Hard che, però, non si decideva
mai a salire sull’areo. Stanco di questo
tiramolla decisi di dare un’occhiata a questo
Mayes, che si rivelò giocatore buonissimo, oltre
che un uomo religioso, con principi morali
ben saldi e grande disponibilità verso tutti:
compagni e società. Vincemmo il campionato
giocando molto bene, ma l’anno successivo,
dopo qualche mese, mollai l’incarico a Rich
Percudani, passando nel ruolo di direttore
sportivo perché non avevo nessuna di lasciare
il mio impiego, prestigioso e di responsabilità,
alla filiale VolksWagen di Milano. E, proprio
a Milano, sulla panchina del Banco Ambrosiano,
squadra femminile di serie A2 con
giocatrici bravissime come Guzzonato, Teoldi,
Brena, chiudo la mia carriera come allenatore”.

Da quel momento in poi lei diventa ufficialmente,
e per tutti, il Professore, il Maestro
dei fondamentali…

“In realtà sono rimasto fuori dal
basket attivo per qualche anno,
poi, nel 1987, il richiamo di
“mamma Robur” si fa fortissimo.
Da allora ho avuto la fortuna
di vedere migliaia tra partite
e allenamenti ed il mio ruolo è
quello che hai descritto: insegnante
di fondamentali. Ho la
fortuna di avere a che fare con
allenatori bravi, preparati e
umili che, ogni volta, dimostrano
grande disponibilità nell’ascoltare
i consigli, nell’accettare
i miei suggerimenti che, ripeto,
si rivolgono solo ed esclusivamente
ai fondamentali del gioco
che sono la mia vera passione”.

Dove sta andando il basket di
oggi?

“Non sono in grado di dare una
risposta e non ho nemmeno la
presunzione di farlo per un argomento
così vasto e importante
nei suoi mille aspetti. Posso solo
guardare dentro il mio orticello
roburino e dire che, in Robur et
Fides, facciamo in modo, col lavoro di tutti i
giorni, che la pallacanestro sia sempre un po’
più uguale a quella di tanti anni fa. Quindi, rispetto
dell’individuo, massima cura per la sua
crescita tecnica e psicologica e attenzione per
il risultato molto, molto subordinata alle prime
due istanze. Abbiamo 14 squadre che, sotto
varie denominazioni, portano avanti un’attività
incredibile per qualità e quantità. Abbiamo
una prima squadra che, esempio unico
in tutta la serie B2, ha quasi tutti giocatori
fatti in casa. Abbiamo, ed è l’elemento che
conta di più, una società solida, serie, formata
da persone appassionate, ma soprattutto
competenti, che conoscono il basket ed i valori,
tutti, applicabili allo sport. Insomma, il futuro
per un sodalizio come il nostro, che getta
un ponte tra tradizione e modernità, è sempre
roseo ed io sono davvero onorato di farne
parte e di poter dare il mio piccolo contributo
ad un gruppo di allenatori guidato magnificamente
da Alberto Zambelli, coach di grandi
capacità e uomo squisito”.

Non tanto piccolo se ha ricevuto la “nomination”
per l’Arca della Gloria…

“Sono grato al mondo della pallacanestro
che, ancora una volta, si è ricordato di me. Lo
ha già fatto in due occasioni nominandomi Allenatore
Benemerito e donandomi la Stella al
Merito Sportivo del CONI. Questa nomination,
sotto il profilo ufficiale, rappresenta l’apoteosi
della mia carriera, ma il mio zenith è
sempre e solo uno: poter stare tutti giorni in
palestra e veder crescere i miei ragazzi. Alcuni
dei quali, tra l’altro, bravissimi medici, in
un periodo delicato per la salute, mi salvarono
la vita. Mi riferisco a Diego Ornaghi, cardiochirurgo,
Sergio Segato, primario gastroenterologo,
Giorgio Lepori, cardiologo e
Carlo Nicora, direttore dell’Ospedale Niguarda.
Loro si sono fatti in quattro e, come si
usa dire, mi hanno tirato fuori per i capelli da
una situazione complicata. Accanto a loro,
per altre ragioni, mi piace e voglio ricordare
la figura di Gianni Chiapparo, un uomo con
una dirittura morale come pochi ne ho visto.
Sul suoi conto mi limito a dire che Gianni non
è stato fortunato e non ha ricevuto secondo i
suoi meriti. Un vero peccato…”.

domenica 28 marzo 2010

"LA VITA E' UN INSIEME DI LUOGHI E DI PERSONE CHE SCRIVONO IL NOSTRO TEMPO"



La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il nostro tempo.

Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze. Sono queste che poi vanno a definirci. Alcune sono più importanti di altre perché formano il nostro carattere. Ci insegnano la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, la differenza tra il bene e il male. Cosa essere e cosa non essere. Ci insegnano chi vogliamo diventare.

In tutto questo alcune persone, alcune cose si legano a noi in modo spontaneo e inestricabile. Ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci. Ci legittimano nell’ essere autentici e veri. E se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve. E allora appartengono a tutti noi e a nessuno.


sabato 20 marzo 2010

"VI SPIEGO COME SI FA A GIOCARE A BASKET"
PAROLE E MUSICA DI FABIO ANSELMI (VA 1986)



Ho iniziato ad allenare Fabio Anselmi (detto Ans) quando lui ancora era in tenera età. A tredicianni però, anche se sei giovane, anche se è poco che giochi partite vere, anche se nel minibasket sono bravi tutti..., le doti individuali, la ledearship, il talento nel fare con disinvoltura e con faccia tosta cose facili e meno facili, si riconoscono subito.

E' così è stato. Stagione al Campus Pallacanestro Varese 1999-2000. Primo allenamento: folgorazione. E così con Fabio ogni giocata successiva un qualcosa in più per i quattro anni in cui l'ho allenato.

Fabio da sempre nel corso della sua carriera di giocatore delle categorie giovanili di alto livello ha sempre dimostrato sul campo quello che gli altri dicevano a parole. Grande talento individuale con buoni fondamentali, ottima lettura del gioco con anticipazione nel prevedere quello che succedeva in campo e una bella faccia tosta nel rendere visibile a tutti che non era necessario avvere un fisico "bestiale" per essere tra i migliori. Queste le caratteristiche più sugnificative di una persona non solo con grandi capacità tecniche, ma anche con un cuore grande, viste anche le numerose difficoltà di natura fisica (infortunii) subiti nel corso della carriera.

Nelle immaggini che potete vedere qua sopra un modo di stare in campo e una personalità che nel corso della mia storia di allenatore di giovanili ho potuto riconoscere solo in altre poche persone. Molti sono i bravi giocatori, anche ottimi giocatori, ma l'argento vivo addosso ce l'hanno in pochi. Ecco Fabio era uno di quei pochi.

Grazie anche a Fabio abbiamo potuto vincere due scudetti giovanili (Ragazzi 99-00 e Allievi 00-01) e chissenefrega adesso se di Fabio e di molti altri di quella squadra non c'è traccia nei campi di serie A. A noi che per due anni abbiamo vinto quelle partite importanti, al gruppo che si è sacrificato divertendosi in palestra tutti i giorni dell'anno (tra l'altro al Palanuovo, nemmeno una palestra normale - freddo d'inverno, caldo d'estate) non ci frega nulla della situazione attuale di ognuno di noi, ci interessa invece aver condiviso in quegli istanti delle gioie e dei momenti che rimarranno unici e indelebili oltre che nelle nostra memoria anche nella nostra storia personale, non solo di giocatori e di allenatori ma soprattutto nella nostra storia di persone.

Mi piace pensare che queste stesse persone, grazie anche a questi momenti straordinari, sia sotto l'aspetto sportivo che non, sono diventate certamente migliori di come potevano diventare se non ci fossero stati quei momenti.

Ne sono certo e grazie anche a Fabio, ho potuto (abbiamo potuto) diventare migliori.

Te ne sarò sempre riconoscente Fabio, in bocca al lupo.

giovedì 18 marzo 2010

CLINC A VALENZA PER IL BASKET DAY
APPLICAZIONE DEI FONDAMENTALI


In occasione del Basket Day a Valenza, dove la Selezione del 95 della Lombardia ha svolto un torneo quadrangolare in preparazione al Trofeo delle Regioni di Lignano, si è svolto anche un clinic per allenatori nell'ambito del Programma Obbligatorio di Aggiornamento.

Cliccando QUI potete aprire la pagina del sito del Comitato Regionale Lombardo dove poter scaricare la dispensa preparata per l'occasione.